Testimonianze

Testimonianza di Mauro durante la veglia missionaria 2014

DSC_9294Cari amici e care amiche, care sorelle e fratelli in Cristo, buonasera a tutti.
è con immensa gioia che sono qui, ad un anno dalla veglia nella quale il nostro Vescovo mi dava il mandato missionario, a raccontarvi della vita bella che ho a Cotiakou. Prima di tutto però, stasera vi porto qualcosa di molto importante per chi me lo ha consegnato. Insieme alla promessa che sarà l’ultima veglia nella quale sarete costretti ad ascoltare la mia testimonianza, vi consegno il saluto dei fratelli e delle sorelle che vivono a Cotiakou. E sarò felice, se vorrete, di portare a loro i vostri saluti ed i vostri auguri. Loro vi augurano che stiate bene in salute; non vi conoscono ma dalla periferia si prendono cura di voi come si prendono cura di me, di don Angelo e di don Leonardo.
Un anno è un buon lasso di tempo per cominciare a capire dove siamo, soprattutto quando il salto è di qualche migliaio di chilometri, ai quali si aggiunge anche una distanza di cultura non indifferente. Quindi, mentre per portare il mio corpo a 5000 km da casa mia mi è bastata qualche ora di aereo, per capire che anche il mio cuore era arrivato, ho dovuto attendere più di qualche mese. Ed ancora una volta nella mia vita, i ragazzi sono stati il segnale. Un pomeriggio, cercando di rincuorarli dopo una prova dei canti andata male, ho capito che volevo bene ai giovani di Cotiakou, esattamente come voglio bene ai ragazzi dell’Epicentro. Finalmente ero con loro corpo ed anima. Il periodo del “chi me lo ha fatto fare”, del “qua non ho niente da fare” e del “sto sbagliando tutto” era finalmente terminato. Lo confesso molto onestamente: non mi sentivo adeguato ma l’affetto di Cotiakou mi ha messo a mio agio. Il primo miracolo della missione era avvenuto: il samaritano si era fatto prossimo al viaggiatore bastonato. Ed il miracolato ero io.
La domanda più frequente che mi viene rivolta da quando sono in Italia, a parte se non porto ebola in una tasca ed il perché non sono abbronzato, è: “Che fai là?”. Ed è una domanda normale, perché la nostra idea di missione è quella dei poveri che sono lì a chiedere qualcosa, cure mediche, cibo o altro e del missionario che è lì per rispondere a questi bisogni. Per questo la mia risposta lascia sempre un po’ perplessi: “Io non faccio niente”. E lo ribadisco anche stasera: io non sono in Benin per fare qualcosa. Un anno fa, sono partito quale missionario laico fidei donum, non per rispondere a dei bisogni laggiù ma per comunicare la gioia del messaggio del Vangelo, che è stato liberazione e salvezza nella mia vita. Essere in missione a Cotiakou è quindi stare con la gente con il massimo della semplicità, cercando di creare relazioni buone nel segno dell’amore fraterno. A Cotiakou, ho portato me stesso e poco altro per provare ad essere umile testimone della nostra fede e non certo un maestro. In linea con quello che è anche il Vangelo di oggi, siamo lì per dire “è vicino a voi il regno di Dio”. Vicino proprio alle persone che vivono a Cotiakou e negli altri villaggi della parrocchia, vicino a loro che sono impoveriti, vicino a loro che sono dimenticati, vicino a loro che rappresentano una periferia esistenziale ma anche fisica. A Cotiakou siamo lontani dall’acqua corrente, a Yangou non abbiamo l’elettricità, a Bounta non abbiamo un dispensario, a Kayarika non ci sono insegnanti. Ma anche in queste periferie la gioia della Buona Novella deve essere annunciata. Lo Spirito Santo farà il resto ma noi abbiamo il dovere di annunciare fino agli estremi confini della terra quello in cui crediamo e che ci ha resi quello che oggi siamo. Duemila anni fa, la venuta di Gesù ci ha liberati per sempre dalla paura della morte, degli spiriti, dai legacci di una religione fatta di vuote prescrizioni. Per i nostri amici di Cotiakou questo non avvenuto. E’ compito nostro portare il lieto annuncio, liberare chi crederà da una gabbia di divieti e paure che imprigiona la vita. Questo è essere missionari, il resto viene di conseguenza, quando ci si accorge che si può andare incontro a delle esigenze. Ed in questi pochi anni di cammino a Cotiakou, ci siamo fatti prossimi alla gente, sostenendo la scuola elementare cattolica ed i bambini che la frequentano, nella certezza che un’istruzione di qualità potrà garantire un futuro migliore. E da quest’anno la nostra scuola potrà accogliere anche le bambine dei villaggi lontani che potranno alloggiare nel nuovo internato, costruito grazie alla generosità di Grazia Brocca di Milano. Grazie all’aiuto della parrocchia di Santo Stefano di Quagliano, abbiamo costruito una grande chiesa aperta che possa accogliere tutti coloro che si avvicinano con fede alla missione. Ci siamo spesi per la sistemazione dell’unica pompa di acqua potabile del villaggio che, durante la stagione secca, vede le donne e le bambine a fare per ore la fila senza distinzione tra giorno e notte. La generosità di molti è diventata segno della Chiesa di cui io, don Angelo e don Leonardo siamo espressione.
Le mie giornate si sono svolte tra la nostra scuola elementare, dove avevamo due soli insegnanti a fronte di tre classi, e il tentativo maldestro di stimolare le attività del gruppo giovani della parrocchia. Stare a scuola mi ha aiutato a migliorare il mio francese ed a famigliarizzare con i nomi in lingua waama oltre che a divertirmi un mondo a giocare coi bambini. Invece stare coi ragazzi mi ha aperto una piccola finestra sul mondo altro della tradizione tangamba. E nella diversità anche delle nostre lingue ho imparato che è più bello dire Padre Nostro. Nella diversità convergiamo in unità. Un’unità che ci deve vedere tutti periferia e che deve far battere i nostri cuori all’unisono, adeguandoci sempre al ritmo degli ultimi, dei dimenticati e degli impoveriti della terra. Se noi che ci sentiamo centro del mondo impareremo a sentirci periferia, il Regno sarà ancora più vicino.
E con la vicinanza voglio concludere. A nome anche di don Angelo e don Leonardo, vi ringrazio. Ringrazio tutti coloro che hanno dedicato anche una sola preghiera alla missione. Ringrazio il Centro Missionario Diocesano per il sostegno. Ringrazio il lavoro instancabile degli amici del Baobab. Ringrazio di cuore tutti coloro che hanno scelto di passare un periodo della loro vita venendoci a trovare in quest’anno. Mi auguro che la passione missionaria che da tanti anni anima la nostra diocesi, continui a coinvolgere sempre più gente e che ancora altri laici possano partire in terra di missione per vivere quanto di bello sto vivendo io. Il posto dall’anno prossimo sarà libero.


Testimonianza di Alessandro Iantoschi sul viaggio del 2011 nella Missione di Cotiakou in Benin

DSC_6031Don Leonardo mi ha chiesto di scrivere una testimonianza sui giorni passati in Africa con lui, Don Francesco e i miei tre compagni di viaggio: Don Nico, Lino e Simone.

Adesso mi trovo dopo 5 giorni con carta e penna nella speranza di riuscire a trovare le parole giuste per descrivere una magnifica esperienza come questa.

Appena arrivato sono rimasto completamente stupefatto da tutto ciò che ho visto. La mia mente aveva costruito un’ idea completamente diversa dell’Africa…

Avevo voglia di conoscere, di vedere, di assaporare tutto per imparare e sentirmi parte di una cultura così bella. Tutti mi guardavano, era un po’ strano sentirsi osservati, per la prima volta eravamo noi gli Stranieri.
Tornato qui in Italia tra amici e famigliari mi hanno posto più o meno tutti le stesse domande. Come è andata? È stata una bella esperienza? Che hai fatto li? È vero che c’è la povertà che ci descrivono? Cerco di raccontargli più o meno qualcosa, ma vedo nei loro volti l’insoddisfazione per quello che gli sto dicendo, sono troppo vago vogliono sapere qualcosa di più.

Poi però porgo io una domanda a loro, sapresti descrivermi cos’è l’amore? Mi rispondono di no o che comunque è molto complesso dargli una definizione… Io gli dico che è praticamente la stessa cosa.. L’ Africa non può essere raccontata, ma solo vissuta. Io in realtà ho visto ben poco essendo stato li solo 19 giorni. Quel poco, mi ha riempito il cuore di gioia, ma anche di dolore e rabbia.

Potrei raccontarvi tutto quello che ho fatto, descrivendovi ogni singolo dettaglio, ma sminuirei quello che in così pochi giorni è riuscita a darmi quella bellissima “terra rossa”, quello che i missionari mi hanno insegnato, quel meraviglioso sorriso che i bimbi mi hanno regalato… So solo che ancora non so se essere contento o meno di essere tornato.

La mia gioia è anche dovuta all’incontro avvenuto con la vera Chiesa.. È avvenuto senza che me ne accorgessi, in modo molto semplice, ma con un’efficacia mai vista prima.

Per concludere voglio comunque narrarvi qualche episodio. La maggior parte del tempo stavamo con dei bambini che rimanevano stupiti da quanto eravamo bianchi… C’era qualcuno che cercava di pulirti pensando stessi sporco di bianco, altri che avevano timore a toccarti e se lo facevano si guardavano le mani temendo diventassero bianche… In particolare due bimbi mi sono rimasti nel cuore…  Franc e Romen. Erano sempre insieme e quando uno dei due “travagliava” l’altro era sempre un po’ triste; una sera arrivato il momento di salutarci mi hanno preso per mano, guardato dritto negli occhi e mi hanno detto che ero loro amico. Starete pensando che in fondo sono solo 2 bimbi che non sanno ancora cos’è la vera amicizia, ma quello che mi ha colpito di più è stata la semplicità con la quale mi hanno detto questa cosa…  “il legame umano” che da quando sono tornato cerco ininterrottamente, ma non trovo.

Spero di tornarci presto per riprendermi quella parte di cuore che mi ha rubato…


Lettera di don Amedeo Cristino ai giovani dell’Epicentro Giovanile

Carissimi giovani dell’Epicentro,

mi ha fatto molto piacere leggere la vostra bella lettera. Sono contento di sapere che avete appeso  nel vostro centro la carta del mondo per non scordarvi che avete “gambe per andare”. Vi sto scrivendo seduto su una roccia all’ombra di un grande mango, mentre poco lontano dei ragazzini stanno giocando con un vecchio pneumatico. Sono laceri, sono sporchi, sono felici. Vivo tra gente che per il mondo non esiste. Non contano niente, non avranno mai voce in capitolo. Pensate che nell’ultimo censimento non li hanno neanche contati, ma ne hanno fatto una stima approssimativa. Vi chiedo scusa se vi scrivo a salti, ma non sono molto lontano dal sentiero che porta al pozzo e le donne che passano si fermano a salutarmi, distraendomi dalla vostra lettera.

Da questo angolo sperduto di mondo, da questo bassofondo della storia mi sento di gridarvi a pieni polmoni: OSATE LA VITA!

Avete capito bene, osatela, azzardatela la vostra vita. Ve lo chiedo a nome di queste donne che vedo passare, già madri a 15 anni, con sulla testa il peso incredibile di 30 litri di acqua.

 Ve lo dico a nome di André che non sapeva, prima del nostro arrivo, che al mondo esisteva anche l’Italia oltre a Natitingou. Ve lo dice con me Marie Claire che è sieropositiva e orfana, perché l’AIDS ha distrutto la sua famiglia. Non ci sono qui le medicine per curarla e se ci fossero sarebbero troppo costose per acquistarle. Qui in Africa c’è il 50% di malati di AIDS che si contano al mondo. Ma le cure sono disponibili solo per l’Europa e gli Stati Uniti. Ecco, osare la vita significa scegliere la professione di domani non in base ai soldi che posso fare, ma in vista del bene che posso realizzare. Studiate medicina, studiatela con passione, per trovare nuovi rimedi, per mettere il vostro sapere a servizio della salute dei più poveri soprattutto. Siate ingegneri, architetti, geometri, ma non cercate solo i lavori del Comune o l’appalto d’oro. Elaborate soluzioni, perché chi deve fare 5 Km al giorno tra andata e ritorno per prendere acqua, possa averla vicino casa sua.Qualunque cosa facciate, la sarta piuttosto che l’idraulico o il politico o il professore, fatelo sentendo tutta la responsabilità e tutta l’importanza del vostro fare.

Fatevi prendere dai problemi dei poveri, sentitevi parte del mondo e legati da un destino comune ad ogni uomo che abita sulla terra e lotta e spera e ama e suda come voi. Osare la vita è non aver paura di essere portatori di ideali, anche se questo significa soffrire.

 Da Gesù a Martin Luther King, passando per Ghandi e Madre Teresa, per Massimiliano Kolbe e Mandela, tutti sono stati portatori di un sogno e hanno pagato per questo. Ma il loro sogno ha cambiato la vita di tanta gente, ne ha accesi altri di sogni e alla fine si è fatto realtà. Non temete e non vi scoraggiate se la maggioranza vi dirà: “Ma chi te lo fa fare?”. Sentitevi, invece, lusingati quando vi diranno così, perché è il segno che la vostra vita non è banale.

Osare la vita significa venire ala luce. Significa rompere il guscio che ci protegge, la bambagia che ci avvolge per vivere in pienezza il proprio giorno su questa terra. Significa rinunciare ad essere portati dalla corrente delle mode e degli entusiasmi e scegliere, rischiando in proprio, che cosa mettere nella scatola vuota dei propri giorni. Osare la vita significa scegliere, in un mondo che parla il linguaggio del profitto, di parlare il linguaggio del dono; in un mondo, che lancia il suo grido di guerra, scegliere di lanciare l’urlo della pace; in un mondo che pensa a rinforzare le frontiere e che si uccide in nome dell’etnia, scegliere di essere fratelli e sorelle di tutti gli uomini; in un mondo che ha paura delle differenze e di chi è diverso, scegliere di sentirsi ricchi delle differenze e orgogliosi delle diversità. Io credo che voi siete in cammino su questa strada. Ne fa fede il vostro desiderio di ritrovarvi insieme all’Epicentro.

Continuate, non scoraggiatevi. Gli altri, i concreti, quelli che hanno i piedi per terra, quelli che rideranno dei vostri ideali e che vi inviteranno ad essere come loro, perché di voi avranno paura, prima o poi verranno a mangiare il pane dei vostri sogni. Siatene certi: è già accaduto. A proposito: a coloro che dicono che bisogna avere i piedi per terra ricordate che se i piedi sono fatti per restare a terra, la testa, quella no, è fatta per restare in alto. Appendete la vostra vita alla stella più alta e allora risplenderà anche per gli occhi più lontani. Per me la stella più alta è Gesù Cristo. Ho appeso la mia insignificante vita a Lui e sono felice.

Amedeo – Irotorì 

 

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