Testimonianze

Testimonianza di Fabio Di Costanzo sul viaggio del 2016 nella Missione di Cotiakou in Benin

Mi ritrovo dopo quattro giorni dal ritorno, a dover scrivere delle riflessioni sull’esperienza vissuta nella Missione di Cotiakou e mi accorgo che non è per niente facile perché quella terra bisogna viverla, anche se per pochi giorni, per poterne conoscere la bellezza, nonostante l’Africa, il Benin, Cotiakou sono ancora prepotentemente presenti nei miei pensieri.
“Cosa avete fatto?” Questa è la domanda che più frequentemente mi è stata posta dopo il ritorno. Ciò che abbiamo fatto noi, non è stato altro che stare insieme, vivere e condividere la vita dei missionari lì presenti e della gente del villaggio; ed ecco che sorge un’espressione quasi delusa sul volto delle persone. Beh sì, perché qui da noi si è perso quasi il valore dello stare insieme con le persone, sembra difficile condividere la nostra vita con gli altri, figuriamoci se poi, ad accomunarci, c’è pure la povertà. Quindi, per venti giorni circa, siamo stati anche noi, lì, insieme a loro. Tutte le mattine, partecipavamo alla Messa nella chiesetta del villaggio e, successivamente, ci dirigevamo nei villaggi limitrofi dove i missionari tenevano la catechesi per preparare coloro che dovranno ricevere il battesimo, vivendo quasi le prime fasi di cristianizzazione del posto. Abbiamo visitato diverse realtà portate avanti da suore, preti e laici presenti in quella terra, segni visibili e concreti di incontro, fratellanza e di missione; ad esempio la scuola di Peporyakou gestita dalle Suore Salesiane dei Sacri Cuori, frequentata da molti bambini, tra i quali diversi sordomuti. Poi l’ospedale  di Tanguietà gestito dai “Fatebenefratelli” e diretto ormai da diversi decenni da Fra’ Fiorenzo Priuli, medico di questo ospedale molto importante non solo per il Benin ma anche per le nazioni confinanti.
Questa esperienza mi ha avvicinato di più anche alla fede. In Benin il cristianesimo è presente da soli settant’anni, ma è proprio la semplicità, la gioia, la fede con cui la gente dei villaggi si avvicina a Dio, che mi ha portato a scoprire un’altra faccia della Chiesa, quella più sconosciuta, ma quella più autentica, quella che sicuramente mi piace di più.
Alla fine, stando insieme a queste persone povere, sono diventato più ricco io. Sì perché potranno pure essere prive di denaro, di vestiti e quant’altro, ma sono ricche di amore, gioia, condivisione, e molto di questo, l’hanno donato anche a me. È bello ricordare quando la gente del villaggio ci chiedeva come stavamo, e noi a loro, e loro, nonostante tutto, rispondevano sempre che andava bene. Di sicuro non dimenticherò i numerosi bambini che ci venivano sempre incontro per accompagnarci con gioia tra le capanne del villaggio, desiderosi di abbracci, di comprensione, di essere vicini a qualcuno, mano nella mano, come tutti i bambini del mondo.
Ciò che mi porto nel cuore di quella terra, sarà sicuramente l’energia e la pazienza, di don Angelo e don Leo, che hanno scelto di vivere questa realtà, lontano dalla famiglia e dall’Italia, privandosi, talvolta, di tante comodità. La forza delle donne, che sono madri e lavoratrici già da ragazze, e sicuramente la gioia dei bambini, che sono la speranza di quel villaggio.
E mi ritorna in mente la frase di P. Alex Zanotelli che mi ha accompagnato per tutto il viaggio: “Io sono le persone che ho incontrato”.


Testimonianza di Alessandro Zaccaro sul viaggio del 2016 nella Missione di Cotiakou in Benin

Be’ eccomi qui… Dopo ben 5 giorni dal mio ritorno in Italia mi trovo davanti ad una pagina bianca, con una penna in mano nel tentativo di raccontare qualcosa di tutte le emozioni e i momenti vissuti durante la mia permanenza nella Missione di Cotiakou. Scrivo qualcosa anche se sono consapevole che le parole non sono sufficienti per spiegare fino in fondo quanto ho vissuto… Certe cose bisogna viverle, come ho fatto io in questi 20 giorni.
L’esperienza vissuta a Cotiakou è stata così forte ed intensa che non è facile sintetizzarla in poche righe. Le emozioni provate sono state tante… Sebbene a fatica sia ritornato alla mia solita vita, mi è praticamente impossibile ignorare il ricordo dell’Africa ormai lontana. Ogni luogo scoperto, ogni persona incontrata è riuscita ad entrare così profondamente nel mio cuore da lasciarmi dentro un segno indelebile, una forza che mi permette di vedere la realtà in cui vivo sotto una nuova luce. È la luce dell’amore e del volersi bene tramite semplici gesti. Sono partito dal mio paese con il solo pensiero di dare qualcosa a loro, ma alla fine sono loro che hanno dato tanto a me; e non parlo di oggetti, ma di quei piccoli gesti che mi hanno riempito il cuore di amore, un amore che nessuno può capire finché non lo sperimenta di persona.
Laggiù, più che mai, ho avuto modo di mettermi alla pari del povero, capendo quanto io sia fortunato ad avere tutto, fin dalla nascita; la fortuna di avere un padre ed una madre, la fortuna di avere una casa accogliente, con acqua, luce, gas… La fortuna di avere una macchina, di possedere dei vestiti integri e puliti, la fortuna di avere un’istruzione. È sconvolgente pensare a come, prima di partire, sottovalutassi l’importanza di tutto questo. Eppure sono bastati pochi giorni per capire l’importanza di tutto ciò. Ringrazio sempre questi 20 giorni per avermi fatto capire cos’è la vera fede, il vero voler credere nella Parola di Dio e scoprire la vera Chiesa. Un episodio mi rimarrà impresso: lì molte persone vivono lontane da dove si celebra la Messa, ma ciò non gli impedisce di mettersi in cammino per molti chilometri pur di ascoltare la Parola del Signore e partecipare all’Eucaristia. Per concludere vorrei ringraziare di cuore i due missionari presenti nella missione di Cotiakou, Don Angelo e Don Leonardo che, con molta pazienza e comprensione, guidano la comunità cristiana di Cotiakou e si prodigano nel fare del bene alla gente del posto.


Testimonianza di Rino La Sala sul viaggio del 2016 nella Missione di Cotiakou in Benin

Nayesu… Scusate ma devo ancora riprendermi un po’.
Ebbene questa è la seconda volta che vado in Benin nella nostra missione di Cotiakou e, come già accadde nel 2014, ho vissuto un’esperienza a dir poco fantastica.
Sarò breve non per egoismo, ma solo perché le cose da dire sono troppe e forse non tutti le capirebbero.
Due anni fa lasciai la terra d’Africa con la convinzione che prima o poi ci sarei ritornato e quando don Nico mi ha riproposto questo viaggio sentivo che non era lui a chiedermelo ma era l’Africa stessa che mi chiamava. Così, arrivato il fatidico giorno della partenza, la voglia di rimettere piede sulla terra rossa mi bruciava dentro.
Esattamente come l’avevo lasciata, l’Africa mi ha aspettato a braccia aperte ed io volentieri mi ci sono buttato lasciandomi abbracciare. Quest’esperienza è stata una conferma… La conferma della mia fede! Sin da subito mi ero posto l’obiettivo di non perdermi nulla di quanto la vita nella missione mi offriva e così, mentre qui in Italia i miei coetanei chiudevano gli occhi al sorgere del sole, io alle 6,20 mi svegliavo per andare a Messa insieme ai miei compagni di viaggio Fabio, Alessandro e don Nico.
Fidatevi: incontrarsi di nuovo davanti a quella piccola chiesa con le suore e la gente del villaggio mi faceva stare veramente bene.
Questo viaggio, ma soprattutto la gente che ho incontrato, ha contribuito considerevolmente a rendermi fiero e orgoglioso della mia fede.
E scusate se è poco, ma il grande protagonista di tutto ciò è uno dei preti missionari, don Leonardo Di Ianni, che ormai da 12 anni annuncia la Parola di Dio in quella terra. Spesso si sente parlar male della Chiesa, ma gente come don Leo purtroppo non fa notizia.
Però ora non voglio dilungarmi troppo… La mia esperienza nel villaggio di Cotiakou è stata spettacolare e vorrei ringraziare tutti coloro che hanno contribuito a renderla tale. Sarebbe bello che tutti potessero fare un’esperienza di missione ma, per iniziare, si può partire dalle mura di casa nostra, dall’oratorio o dal nostro luogo di intrattenimento facendoci prossimi alle persone che incontriamo… Chiunque esse siano!


Testimonianza di Mauro durante la veglia missionaria 2014

DSC_9294Cari amici e care amiche, care sorelle e fratelli in Cristo, buonasera a tutti.
è con immensa gioia che sono qui, ad un anno dalla veglia nella quale il nostro Vescovo mi dava il mandato missionario, a raccontarvi della vita bella che ho a Cotiakou. Prima di tutto però, stasera vi porto qualcosa di molto importante per chi me lo ha consegnato. Insieme alla promessa che sarà l’ultima veglia nella quale sarete costretti ad ascoltare la mia testimonianza, vi consegno il saluto dei fratelli e delle sorelle che vivono a Cotiakou. E sarò felice, se vorrete, di portare a loro i vostri saluti ed i vostri auguri. Loro vi augurano che stiate bene in salute; non vi conoscono ma dalla periferia si prendono cura di voi come si prendono cura di me, di don Angelo e di don Leonardo.
Un anno è un buon lasso di tempo per cominciare a capire dove siamo, soprattutto quando il salto è di qualche migliaio di chilometri, ai quali si aggiunge anche una distanza di cultura non indifferente. Quindi, mentre per portare il mio corpo a 5000 km da casa mia mi è bastata qualche ora di aereo, per capire che anche il mio cuore era arrivato, ho dovuto attendere più di qualche mese. Ed ancora una volta nella mia vita, i ragazzi sono stati il segnale. Un pomeriggio, cercando di rincuorarli dopo una prova dei canti andata male, ho capito che volevo bene ai giovani di Cotiakou, esattamente come voglio bene ai ragazzi dell’Epicentro. Finalmente ero con loro corpo ed anima. Il periodo del “chi me lo ha fatto fare”, del “qua non ho niente da fare” e del “sto sbagliando tutto” era finalmente terminato. Lo confesso molto onestamente: non mi sentivo adeguato ma l’affetto di Cotiakou mi ha messo a mio agio. Il primo miracolo della missione era avvenuto: il samaritano si era fatto prossimo al viaggiatore bastonato. Ed il miracolato ero io.
La domanda più frequente che mi viene rivolta da quando sono in Italia, a parte se non porto ebola in una tasca ed il perché non sono abbronzato, è: “Che fai là?”. Ed è una domanda normale, perché la nostra idea di missione è quella dei poveri che sono lì a chiedere qualcosa, cure mediche, cibo o altro e del missionario che è lì per rispondere a questi bisogni. Per questo la mia risposta lascia sempre un po’ perplessi: “Io non faccio niente”. E lo ribadisco anche stasera: io non sono in Benin per fare qualcosa. Un anno fa, sono partito quale missionario laico fidei donum, non per rispondere a dei bisogni laggiù ma per comunicare la gioia del messaggio del Vangelo, che è stato liberazione e salvezza nella mia vita. Essere in missione a Cotiakou è quindi stare con la gente con il massimo della semplicità, cercando di creare relazioni buone nel segno dell’amore fraterno. A Cotiakou, ho portato me stesso e poco altro per provare ad essere umile testimone della nostra fede e non certo un maestro. In linea con quello che è anche il Vangelo di oggi, siamo lì per dire “è vicino a voi il regno di Dio”. Vicino proprio alle persone che vivono a Cotiakou e negli altri villaggi della parrocchia, vicino a loro che sono impoveriti, vicino a loro che sono dimenticati, vicino a loro che rappresentano una periferia esistenziale ma anche fisica. A Cotiakou siamo lontani dall’acqua corrente, a Yangou non abbiamo l’elettricità, a Bounta non abbiamo un dispensario, a Kayarika non ci sono insegnanti. Ma anche in queste periferie la gioia della Buona Novella deve essere annunciata. Lo Spirito Santo farà il resto ma noi abbiamo il dovere di annunciare fino agli estremi confini della terra quello in cui crediamo e che ci ha resi quello che oggi siamo. Duemila anni fa, la venuta di Gesù ci ha liberati per sempre dalla paura della morte, degli spiriti, dai legacci di una religione fatta di vuote prescrizioni. Per i nostri amici di Cotiakou questo non avvenuto. E’ compito nostro portare il lieto annuncio, liberare chi crederà da una gabbia di divieti e paure che imprigiona la vita. Questo è essere missionari, il resto viene di conseguenza, quando ci si accorge che si può andare incontro a delle esigenze. Ed in questi pochi anni di cammino a Cotiakou, ci siamo fatti prossimi alla gente, sostenendo la scuola elementare cattolica ed i bambini che la frequentano, nella certezza che un’istruzione di qualità potrà garantire un futuro migliore. E da quest’anno la nostra scuola potrà accogliere anche le bambine dei villaggi lontani che potranno alloggiare nel nuovo internato, costruito grazie alla generosità di Grazia Brocca di Milano. Grazie all’aiuto della parrocchia di Santo Stefano di Quagliano, abbiamo costruito una grande chiesa aperta che possa accogliere tutti coloro che si avvicinano con fede alla missione. Ci siamo spesi per la sistemazione dell’unica pompa di acqua potabile del villaggio che, durante la stagione secca, vede le donne e le bambine a fare per ore la fila senza distinzione tra giorno e notte. La generosità di molti è diventata segno della Chiesa di cui io, don Angelo e don Leonardo siamo espressione.
Le mie giornate si sono svolte tra la nostra scuola elementare, dove avevamo due soli insegnanti a fronte di tre classi, e il tentativo maldestro di stimolare le attività del gruppo giovani della parrocchia. Stare a scuola mi ha aiutato a migliorare il mio francese ed a famigliarizzare con i nomi in lingua waama oltre che a divertirmi un mondo a giocare coi bambini. Invece stare coi ragazzi mi ha aperto una piccola finestra sul mondo altro della tradizione tangamba. E nella diversità anche delle nostre lingue ho imparato che è più bello dire Padre Nostro. Nella diversità convergiamo in unità. Un’unità che ci deve vedere tutti periferia e che deve far battere i nostri cuori all’unisono, adeguandoci sempre al ritmo degli ultimi, dei dimenticati e degli impoveriti della terra. Se noi che ci sentiamo centro del mondo impareremo a sentirci periferia, il Regno sarà ancora più vicino.
E con la vicinanza voglio concludere. A nome anche di don Angelo e don Leonardo, vi ringrazio. Ringrazio tutti coloro che hanno dedicato anche una sola preghiera alla missione. Ringrazio il Centro Missionario Diocesano per il sostegno. Ringrazio il lavoro instancabile degli amici del Baobab. Ringrazio di cuore tutti coloro che hanno scelto di passare un periodo della loro vita venendoci a trovare in quest’anno. Mi auguro che la passione missionaria che da tanti anni anima la nostra diocesi, continui a coinvolgere sempre più gente e che ancora altri laici possano partire in terra di missione per vivere quanto di bello sto vivendo io. Il posto dall’anno prossimo sarà libero.


Testimonianza di Alessandro Iantoschi sul viaggio del 2011 nella Missione di Cotiakou in Benin

DSC_6031Don Leonardo mi ha chiesto di scrivere una testimonianza sui giorni passati in Africa con lui, Don Francesco e i miei tre compagni di viaggio: Don Nico, Lino e Simone.

Adesso mi trovo dopo 5 giorni con carta e penna nella speranza di riuscire a trovare le parole giuste per descrivere una magnifica esperienza come questa.

Appena arrivato sono rimasto completamente stupefatto da tutto ciò che ho visto. La mia mente aveva costruito un’ idea completamente diversa dell’Africa…

Avevo voglia di conoscere, di vedere, di assaporare tutto per imparare e sentirmi parte di una cultura così bella. Tutti mi guardavano, era un po’ strano sentirsi osservati, per la prima volta eravamo noi gli Stranieri.
Tornato qui in Italia tra amici e famigliari mi hanno posto più o meno tutti le stesse domande. Come è andata? È stata una bella esperienza? Che hai fatto li? È vero che c’è la povertà che ci descrivono? Cerco di raccontargli più o meno qualcosa, ma vedo nei loro volti l’insoddisfazione per quello che gli sto dicendo, sono troppo vago vogliono sapere qualcosa di più.

Poi però porgo io una domanda a loro, sapresti descrivermi cos’è l’amore? Mi rispondono di no o che comunque è molto complesso dargli una definizione… Io gli dico che è praticamente la stessa cosa.. L’ Africa non può essere raccontata, ma solo vissuta. Io in realtà ho visto ben poco essendo stato li solo 19 giorni. Quel poco, mi ha riempito il cuore di gioia, ma anche di dolore e rabbia.

Potrei raccontarvi tutto quello che ho fatto, descrivendovi ogni singolo dettaglio, ma sminuirei quello che in così pochi giorni è riuscita a darmi quella bellissima “terra rossa”, quello che i missionari mi hanno insegnato, quel meraviglioso sorriso che i bimbi mi hanno regalato… So solo che ancora non so se essere contento o meno di essere tornato.

La mia gioia è anche dovuta all’incontro avvenuto con la vera Chiesa.. È avvenuto senza che me ne accorgessi, in modo molto semplice, ma con un’efficacia mai vista prima.

Per concludere voglio comunque narrarvi qualche episodio. La maggior parte del tempo stavamo con dei bambini che rimanevano stupiti da quanto eravamo bianchi… C’era qualcuno che cercava di pulirti pensando stessi sporco di bianco, altri che avevano timore a toccarti e se lo facevano si guardavano le mani temendo diventassero bianche… In particolare due bimbi mi sono rimasti nel cuore…  Franc e Romen. Erano sempre insieme e quando uno dei due “travagliava” l’altro era sempre un po’ triste; una sera arrivato il momento di salutarci mi hanno preso per mano, guardato dritto negli occhi e mi hanno detto che ero loro amico. Starete pensando che in fondo sono solo 2 bimbi che non sanno ancora cos’è la vera amicizia, ma quello che mi ha colpito di più è stata la semplicità con la quale mi hanno detto questa cosa…  “il legame umano” che da quando sono tornato cerco ininterrottamente, ma non trovo.

Spero di tornarci presto per riprendermi quella parte di cuore che mi ha rubato…


Lettera di don Amedeo Cristino ai giovani dell’Epicentro Giovanile

Carissimi giovani dell’Epicentro,

mi ha fatto molto piacere leggere la vostra bella lettera. Sono contento di sapere che avete appeso  nel vostro centro la carta del mondo per non scordarvi che avete “gambe per andare”. Vi sto scrivendo seduto su una roccia all’ombra di un grande mango, mentre poco lontano dei ragazzini stanno giocando con un vecchio pneumatico. Sono laceri, sono sporchi, sono felici. Vivo tra gente che per il mondo non esiste. Non contano niente, non avranno mai voce in capitolo. Pensate che nell’ultimo censimento non li hanno neanche contati, ma ne hanno fatto una stima approssimativa. Vi chiedo scusa se vi scrivo a salti, ma non sono molto lontano dal sentiero che porta al pozzo e le donne che passano si fermano a salutarmi, distraendomi dalla vostra lettera.

Da questo angolo sperduto di mondo, da questo bassofondo della storia mi sento di gridarvi a pieni polmoni: OSATE LA VITA!

Avete capito bene, osatela, azzardatela la vostra vita. Ve lo chiedo a nome di queste donne che vedo passare, già madri a 15 anni, con sulla testa il peso incredibile di 30 litri di acqua.

 Ve lo dico a nome di André che non sapeva, prima del nostro arrivo, che al mondo esisteva anche l’Italia oltre a Natitingou. Ve lo dice con me Marie Claire che è sieropositiva e orfana, perché l’AIDS ha distrutto la sua famiglia. Non ci sono qui le medicine per curarla e se ci fossero sarebbero troppo costose per acquistarle. Qui in Africa c’è il 50% di malati di AIDS che si contano al mondo. Ma le cure sono disponibili solo per l’Europa e gli Stati Uniti. Ecco, osare la vita significa scegliere la professione di domani non in base ai soldi che posso fare, ma in vista del bene che posso realizzare. Studiate medicina, studiatela con passione, per trovare nuovi rimedi, per mettere il vostro sapere a servizio della salute dei più poveri soprattutto. Siate ingegneri, architetti, geometri, ma non cercate solo i lavori del Comune o l’appalto d’oro. Elaborate soluzioni, perché chi deve fare 5 Km al giorno tra andata e ritorno per prendere acqua, possa averla vicino casa sua.Qualunque cosa facciate, la sarta piuttosto che l’idraulico o il politico o il professore, fatelo sentendo tutta la responsabilità e tutta l’importanza del vostro fare.

Fatevi prendere dai problemi dei poveri, sentitevi parte del mondo e legati da un destino comune ad ogni uomo che abita sulla terra e lotta e spera e ama e suda come voi. Osare la vita è non aver paura di essere portatori di ideali, anche se questo significa soffrire.

 Da Gesù a Martin Luther King, passando per Ghandi e Madre Teresa, per Massimiliano Kolbe e Mandela, tutti sono stati portatori di un sogno e hanno pagato per questo. Ma il loro sogno ha cambiato la vita di tanta gente, ne ha accesi altri di sogni e alla fine si è fatto realtà. Non temete e non vi scoraggiate se la maggioranza vi dirà: “Ma chi te lo fa fare?”. Sentitevi, invece, lusingati quando vi diranno così, perché è il segno che la vostra vita non è banale.

Osare la vita significa venire ala luce. Significa rompere il guscio che ci protegge, la bambagia che ci avvolge per vivere in pienezza il proprio giorno su questa terra. Significa rinunciare ad essere portati dalla corrente delle mode e degli entusiasmi e scegliere, rischiando in proprio, che cosa mettere nella scatola vuota dei propri giorni. Osare la vita significa scegliere, in un mondo che parla il linguaggio del profitto, di parlare il linguaggio del dono; in un mondo, che lancia il suo grido di guerra, scegliere di lanciare l’urlo della pace; in un mondo che pensa a rinforzare le frontiere e che si uccide in nome dell’etnia, scegliere di essere fratelli e sorelle di tutti gli uomini; in un mondo che ha paura delle differenze e di chi è diverso, scegliere di sentirsi ricchi delle differenze e orgogliosi delle diversità. Io credo che voi siete in cammino su questa strada. Ne fa fede il vostro desiderio di ritrovarvi insieme all’Epicentro.

Continuate, non scoraggiatevi. Gli altri, i concreti, quelli che hanno i piedi per terra, quelli che rideranno dei vostri ideali e che vi inviteranno ad essere come loro, perché di voi avranno paura, prima o poi verranno a mangiare il pane dei vostri sogni. Siatene certi: è già accaduto. A proposito: a coloro che dicono che bisogna avere i piedi per terra ricordate che se i piedi sono fatti per restare a terra, la testa, quella no, è fatta per restare in alto. Appendete la vostra vita alla stella più alta e allora risplenderà anche per gli occhi più lontani. Per me la stella più alta è Gesù Cristo. Ho appeso la mia insignificante vita a Lui e sono felice.

Amedeo – Irotorì 

 

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