Anche questa è missione…

DSC_5287Cari amici e care amiche,
vi scrivo ascoltando a ciclo continuo Afrika, di Angèlique Kidjo, in un caldo pomeriggio di Cotiakou e tutto sembra scorrere tranquillo, qui nel nord del Benin. Tra un mango ed una cerimonia per i defunti, ormai aspettiamo tutti con ansia che la stagione delle piogge decolli. Serve a tutti, l’acqua è vita. La pioggia benedirà i campi da lavorare, laverà via la fatica delle donne, che oggi vanno a chilometri per cercare il bene più prezioso dell’oro, colorerà di verde le montagne dell’Atakora. E per noi si allenterà un po’ la morsa di un caldo che sfinisce.
Altra caratteristica del periodo è che il cibo scarseggia. I raccolti sono un lontano ricordo e quindi i granai delle case sono quasi vuoti. Il sacco di mais costa almeno il 40% in più rispetto al momento della raccolta. Si comincia a mangiare una volta al giorno, nonostante tra poco il lavoro nei campi diventi più intenso, e questo durerà fino a quando non arriverà il momento della raccolta degli ignam, verso agosto. Economia di sussistenza significa anche questo, non solo che tutto è biologico. Fortuna che Dio ci ha dato i manghi! E ce ne ha dati davvero tantissimi… ma anche loro finiranno.
E a San Severo, abbiamo festeggiato degnamente la nostra Madonna del Soccorso? Sono convinto che non ci siamo fatti mancare nulla.
Da canto nostro, don Angelo ha seminato i meloni e ha ricavato i primi due manghi dagli alberi di casa mentre don Leonardo si appresta al rientro in Italia per le vacanze.
Ma non è per parlare di questo che vi scrivo.

Tempo fa accennai al fatto che speravo di darvi a breve una buona notizia. Purtroppo la buona notizia non c’è ancora e forse non ci sarà mai. Nel villaggio, da ormai qualche tempo, conosco una bambina di nome Bèaou (credo si possa scrivere così). Ad occhio ha otto anni ma non va a scuola, come molti altri bambini del resto, quindi nulla di strano se non fosse per il fatto che lei è speciale: all’età di tre anni circa è stata gravemente malata, probabilmente meningite. Questa malattia l’ha resa sorda e muta di riflesso. Adesso lei scorrazza liberamente per il villaggio, spesso sola, perché gli altri bambini naturalmente la prendono in giro o non voglio averci a che fare, tranne la domenica quando viene in chiesa con la nonna. Anche mentre io ci gioco, gli avvertimenti “guarda che è una sorda” non mancano. Perfino per il papà si tratta di una bambina persa. Ma tra i tanti carismi, le tante congregazioni che la diocesi di Natitingou ospita, a Peporiakou, trenta km circa dal nostro villaggio, esiste una comunità di suore dei Sacri Cuori di San Filippo Smaldone e loro lavorano proprio coi bambini sordi. Qui gestiscono una scuola elementare ed un convitto con oltre 110 bambini, misti tra sordi ed udenti. Ed è da loro che, ogni domenica pomeriggio, vado a fare sport coi maschietti. La comunità è formata dalle suore più simpatiche e gentili che conosca, e la superiora è una leccese doc. Nulla di più facile, pensavo, che portare Bèaou da loro e darle un futuro migliore. Questa è la notizia buona che avrei voluto darvi. Ho cercato innanzitutto di portare la bambina dalle suore perché mi dessero un loro parere e per questo ho utilizzato una cugina/sorella maggiore che frequenta la chiesa. Al primo incontro un disastro perché Bèaou, che non è affatto stupida, ha capito in fretta che la trasferta a Peporiakou era organizzata per fare qualcosa a lei, quindi ha cominciato a piangere come una disperata; nulla di fatto. Dopo questo, sempre tramite intermediari, ho contattato la mamma chiedendole di accompagnare la bambina, in modo da farla sentire più protetta. Dalla mia proposta fino a quando il viaggio si è realizzato sono passati forse tre mesi. Una volta la bambina era malata, una volta la mamma era occupata, oppure io non c’ero o le scuole erano chiuse e così via fino alla settimana scorsa. Sono stato a casa, ho parlato con la mamma e con il vecchio di casa e domenica 17 finalmente siamo andati dalle suore. Bèaou ha pianto ma meno dell’altra volta e l’ho vista addirittura sorridere mentre era con gli altri bambini, complice anche l’abbondanza di manghi. Per le suore la bambina sarebbe stata benaccetta, non è ancora troppo grande per cominciare la scuola. La mamma era contenta e quindi non restava che trovare i mezzi finanziari per pagare la retta scolastica e del convitto per il prossimo anno, circa 200 euro, visto che la famiglia non ha i mezzi per farlo. Così martedì sono stato a Tanguiéta a parlare coi servizi sociali, i quali si sono detti disponibili a farsi carico, tramite una ONG tedesca, della piccola previo un colloquio con i genitori ed una visita a casa. Inutile dire che mi sentivo alle stelle, era fatta. Il giorno stesso sono andato ad avvisare la mamma chiedendole di passare da me l’indomani mattina con la bambina per poter andare insieme a vedere l’assistente sociale. Mercoledì mattina, nessuno è arrivato. La cosa non mi ha meravigliato. Forse erano partiti al campo per lavorare. La sera però sono passato a rinnovare l’invito, la cosa si doveva chiudere in fretta per avviare la pratica dei servizi sociali. Stranamente, mi hanno chiesto di andare a salutare il vecchio. Mi hanno offerto una panca per sedermi e dopo pochi convenevoli, l’uomo mi ha detto di non affannarmi per la bambina perché la cosa non può funzionare. La massima autorità familiare mi stava di fatto dicendo che tutto il percorso fatto fin ora doveva arrestarsi. Lo stesso per intenderci che, qualche giorno prima, a mia domanda specifica, aveva detto che la scuola era una buona cosa; il suo atteggiamento di quel giorno però diceva altro ed io purtroppo ci ho dato poco peso. Inutile dire che la cosa mi ha spiazzato. La bambina, secondo lui, aveva pianto troppo dalle suore; ed io ho ribattuto che nel villaggio non se la passa poi così bene. Ha parlato di motivazioni economiche al che gli ho detto che non si doveva preoccupare dei soldi. La risposta non cambiava. Ho provato a controbattere ancora spiegando che neppure io ero sicuro che la cosa funzionasse, che nel momento della semina nessuno è sicuro che avrà il raccolto ma quantomeno getta i semi. La cosa è andata avanti per un po’ fin quando il vecchio ha detto: non ti arrabbiare, so che ci vuoi aiutare, ma è così, non è buono che la bambina parli. La sentenza senza appello era stata pronunciata ed ora potevo solo cercare di capirne le motivazioni. Ci tengo a dire che il vecchio non mi sembra una persona cattiva. La spiegazione è forse molto più profonda di un problema economico, dell’arretratezza o di tutte le cose che possiamo pensare dall’alto dei nostri giudizi universali. L’uomo quasi certamente ha parlato per il bene della casa. La malattia che ha colpito Bèaou è stata dura per tutta la famiglia e nessuno vuole più soffrire. Cambiare lo stato delle cose, insegnare alla piccola a parlare, leggere o scrivere, potrebbe riportare la malattia nella casa e nuova sofferenza per tutti. Le malattie hanno sempre una causa, un qualcosa che le attira o qualcuno che le invia. La lettura della realtà lo ha portato a fare questa scelta. La paura ha vinto. Io affido tutto a Dio, perché ancora spero nella buona notizia.
Anche questa è missione.
Chiedendo a noi tutti di non giudicare ma di riflettere, l’unica cosa che mi sento di dire è: per fortuna che qualcuno ha portato il Vangelo a casa nostra. Perfino per chi si dice ateo.
Vi chiedo scusa se pure stavolta sono stato lungo ma non vi preoccupate, lo strazio delle mie missive tra poco cesserà, il trasloco è già cominciato.
Un abbraccio particolare a ciascuno di voi e, con giugno alle porte, aggiungo buona estate! Vi auguro di essere donne e uomini di speranza perché è dalla Speranza nasce il coraggio.
Mauro da Cotiakou.

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